1_#Be "e-motion": un contagio positivo!

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La missione umanitaria in Senegal mi ha regalato…

Set 9, 2016 Nancy 4 1_#Be "e-motion": un contagio positivo! , , , ,

E’ agosto e siamo nel taxi di Pape, la nostra guida per raggiungere i villaggi nei giorni di missione umanitaria in Senegal, e alla mia domanda sull’origine del nome di questo stato africano, mi racconta che la probabile origine derivi dalla lingua Wolof  “sunu-gaal”, che significa “le nostre piroghe”.

Mentre siamo nel villaggio di pescatori di Ouakam, ecco che arriva dal mare una delle piroghe… A malapena se ne vedono le scritte, perchè circondata da uomini e bambini che la spingono fuori dall’acqua, fino a riva e poi su, nella sabbia, a riposare dopo la pesca. Lo sforzo di ciascuno sarà ricompensato da un pesce. Sì, perchè “sunu-gaal” non significa solo le nostre piroghe, ma ha un senso più profondo che caratterizza la cultura senegalese: l’appartenenza ad una stessa famiglia, la naturalezza nell’essere solidali; “sunu-gaal” qui significa “essere sulla stessa barca.

Ho avuto bisogno di digerire le emozioni che ho provato in questo viaggio, ho avuto bisogno di darmi il tempo di trovare le parole e non sono sicura di esserci riuscita…

Nel silenzio delle mie stanze segrete continuano a riecheggiare le urla gioiose di quei bambini davanti alla dolcezza delle caramelle e alle mani giocose di Roberta che fa nascere animali colorati dai palloncini; continuano a trafiggere il mio cuore alcuni occhi così giovani e già pieni dell’amarezza che la vita può riservare… Quante vite, quante storie ho avuto l’onore di sfiorare soltanto… Ancora è forte l’odore del fumo nero che fuoriesce dalle marmitte delle auto, misto alla polvere delle strade dei villaggi, il tutto mescolato ai colori della frutta esposta sui marciapiedi, con le donne dalle mani laboriose sedute sopra secchi colorati.

Sapere che le medicine portate potranno migliorare l’intervento di primo soccorso offerto ai bambini e alle donne recuperati in strada mi da un qualche sollievo, ma non è abbastanza… Sapere che bambini potranno indossare abiti nuovi mi fa porre delle domande… Sapere che abbiamo contribuito a rendere più funzionale una cucina mi fa pensare che qui “funzionale” è un concetto diverso dalle nostre abitudini, qui significa avere un frigo e poter conservare il cibo… Sapere che le madri nei villaggi che abbiamo visitato, per qualche giorno, abbiano potuto comprare cibo per i numerosi figli, non è ancora abbastanza… Forse è la sensazione di non riuscire a fare abbastanza quella che ti toglie il respiro, penso, mentre guardo Francesco attraverso lo specchio impolverato del taxi.

Ogni mattina le mie emozioni si confondono nel traffico caotico e colorato che vede sfilare il giallo dei taxi, i variopinti autobus “non convenzionali” che trasportano uomini ed animali dalla periferia al luogo di lavoro, mentre i clacson suonano un’armonia atonale… Chi lascerebbe questa terra così colorata e accogliente, dopo esserci nato, potendovi costruire la propria vita?

Ma forse questa è una domanda che non vale solo in questo caso… Senza andare troppo lontano, ai terribili fatti di cronaca, cercando di mantenere ancora un po’ di leggerezza, se noi potessimo lavorare laddove sono le nostre radici partiremmo per luoghi meno familiari?

E’ il 17 agosto 2016, sono le 11.30 ora locale, c’è odore d’incenso, un clima informale e siamo nell’ufficio del Segretario generale Sidy Gueye, del Ministero della Donna, della Famiglia e dell’Infanzia, dicitura che sottolinea il contributo del mondo femminile nella struttura sociale e l’importanza di rafforzarlo. Sul suo biglietto da visita c’è scritto: République du Sénégal, Un Peuple – Un But – Une Foi. Mentre ci racconta dei progetti che il Ministero ha a cuore, appare evidente che siamo ospiti di un Popolo che basa i suoi valori sulla fiducia, sulla comunità e sulla generosità. Loro il detto: “Se vieni da me sei un re“.

Il pomeriggio dello stesso giorno è grigio e minaccioso, dato che siamo nella stagione delle piogge, e visitiamo l’isola di Gorée, Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1978, che ospita la Maison des Esclaves, la casa degli schiavi dalla quale sono transitati milioni di africani strappati alla loro terra d’origine per essere portati, fatti schiavi, nelle Americhe. Abbiamo visto le armi usate dai commercianti di schiavi; le stanze minuscole in cui venivano rinchiusi “i riluttanti”; le stanze con finestre piccolissime in cui alloggiavano ammassati i bambini; quelle in cui venivano “pescate” dai militari le donne, per partire gravide di meticci… Infine, lo strappo finale dalle proprie radici, dalla propria famiglia, dai propri figli, quella porta che dà sul mare, dalla quale gli schiavi venivano imbarcati sulle navi, oppure buttati in mare a morire se troppo deboli. Una vergogna durata fino al 1848, anno della definitiva abolizione della schiavitù nei territori francesi, passata nel silenzio… Nel fare il percorso per tornare a prendere il traghetto, cerco di superare la nausea, dopo la visita al museo, osservando la bellezza delle costruzioni in stile coloniale, che ricordano Cuba, circondate di bouganville, con le stradine di sabbia e gli edifici in pietra lavica… Numerosi bambini incuranti della pioggia fanno il bagno nelle acque del porticciolo e il suono delle loro risate accompagna la nostra partenza da lì.

Ogni giorno ha la sua intensità e nel buio della mia camera riecheggiano le parole di Pape: “Le persone qui non sentono la povertà, perchè abbiamo la solidarietà”.

Noi ci ricordiamo della solidarietà davanti alle tragedie e ci sentiamo poveri se non abbiamo “potere d’acquisto”.

Allora penso all’auto lasciata al mio neopatentato figlio finchè ero via, alle “cicatrici” su di essa procurate in mia assenza… Ora la mia auto è un po’ simile a quelle viste in Senegal… Non so se e quando la sistemerò, funziona dopotutto, e questo “african style”, scritto con tutto l’amore che ho subito sentito per questo Paese, mi ricorda ciò che è essenziale: di avere vestiti; una casa; medicine per curarmi se sto male; buone gambe per spostarmi a piedi; un’auto o una bici se servono; il calore e la solidarietà della famiglia e della rete sociale; la possibilità di aprire la mente attraverso lo studio; la possibilità di assaporare il cibo, apprezzare la bellezza di un paesaggio, pronunciare parole d’amore collegate alla testa, al cuore e alla pancia… Sono grata per questa esperienza…

Grazie HELPSENZACONFINI ONLUS.

Nancy

Sono Nancy Perin una coach specializzata in tematiche aziendali, quali gestione delle relazioni, comunicazione, conflitti. Esperta di tecniche di rilassamento e body work. Aiuto le Imprese di Famiglia e le Persone a creare armonia nelle relazioni e nel raggiungere i risultati, affinché non vivano più in modo conflittuale, frustrante e inappagato ma possano costruire autentiche relazioni di fiducia, garantendo continuità all'Azienda e per le Persone al proprio progetto di vita. Imprese memorabili: Sono figlia di un ex prete; cresciuta a stretto contatto con ragazzi diversamente abili e borderline. Sopravvissuta alle scarpe da punta per la danza classica. Sono madre di un figlio. Allenata dalla vita ad essere resiliente. Il mio mantra: "La vita come un viaggio che esprime chi scegli di essere. Diventa anche tu "e-motion", una forma di contagio positivo!" In un mondo dove "fa notizia" solo la vulnerabilità, la sfida è ricordare che essa ci appartiene come compagna del coraggio e che esiste un mondo di persone che ogni giorno danno valore positivo all'esistenza, alle relazioni, al loro fare quotidiano nonostante le difficoltà! Questo è il vero scoop!

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